Grazia Deledda
Grazia Deledda - Daniela Spoto 2022, © CCIAA NU

II. Una Nuoro da Nobel

Descrizione

Tappe

È qui che Grazia Maria Cosima Damiana Deledda fu battezzata, il 28 settembre del 1871, poche ore dopo che era venuta al mondo, come recita l’atto conservato nell’archivio diocesano nuorese: «È stata presentata alla Chiesa Cattedrale una bimba nata ieri alle 8 p. dai coniugi Giovanni Antonio Deledda Floris (…) e Francesca Cambosu Pereleddu». La nascita coincide con il giorno in cui si ricordano i martiri Cosma e Damiano: e dei tre nomi aggiunti al principale, quello che omaggia il primo dei due santi le sarà sempre caro, come dimostra il titolo del celebre romanzo incompiuto, pubblicato postumo, pochi mesi dopo la sua morte (1936). Cosima esce infatti in rivista tra settembre e ottobre di quell’anno, e in volume l’anno successivo; la rivista è la Nuova Antologia, l’editore del volume Treves (entrambe son sedi predilette dalla scrittrice). In questo libro, in massima parte autobiografico, Deledda racconta la vita di un’aspirante scrittrice, dall’infanzia alla prima affermazione letteraria. Tra le sue pagine il lettore potrà scorgere la Nuoro degli ultimi decenni dell’Ottocento, conoscere la famiglia di Grazia, la casa nella quale è nata e ha vissuto. Il padre, Giovanni Antonio, era un proprietario terriero benestante, amante della poesia – praticava l’improvvisazione in limba – e laureato in legge, sebbene non esercitasse, dedicandosi abilmente al commercio di sughero, carbone e formaggi; la madre, Francesca Cambosu, era di circa vent’anni più giovane di lui. Con lei Grazia non ebbe probabilmente lo stesso rapporto di tenerezza, che invece la legava a Giovanni Antonio; temeva la sua severità ed era da lei incompresa nel suo desiderio di scrivere. Al contempo, era cosciente del fatto che aveva contratto un matrimonio infelice, legandosi, giovanissima, a un uomo molto più maturo: ma che pure si era dedicata con incrollabile senso del dovere alla famiglia sempre più numerosa (Grazia ebbe due fratelli e quattro sorelle, due delle quali morirono prematuramente, una alla nascita). Sarà anche per questo che spesso le eroine deleddiane si trovano costrette a nascondere o castigare i propri desideri, certe volte dentro un’inesausta tensione tragica. Alla morte del padre gli affari smisero di prosperare: gli eredi deputati a seguirne il corso, i fratelli Santus e Andrea, non si dimostrarono all’altezza, il primo a causa dell’alcolismo, il secondo per quel suo carattere a volte avventato e intemperante (tratti che si ritroveranno in molti giovani personaggi maschili deleddiani). Fu tuttavia Andrea, anche qui tra alti e bassi, a incoraggiare le ambizioni letterarie della sorella, futura celebre scrittrice.

Ma torniamo alla Cattedrale della diocesi di Nuoro, dedicata alla Madonna della Neve, patrona della città. Venne edificata tra il 1836 e il 1853 su progetto del frate architetto Antonio Cano (morto proprio durante i lavori di costruzione, in seguito alla caduta da un ponteggio) e consacrata nel 1873. La chiesa è in stile neoclassico e si affaccia su un'ampia piazza. Al suo interno sono conservate diverse opere di pregio, tra le quali possiamo ricordare la Via Crucis di Giovanni Ciusa Romagna e Carmelo Floris, due dipinti di Bernardino Palazzi (Deposizione e I Discepoli di Emmaus) e una bussola lignea di ispirazione liberty realizzata dalla storica falegnameria sassarese dei Fratelli Clemente. Fu proprio a questi celebri artigiani che Deledda commissionò i mobili per la propria abitazione, una volta stabilitasi a Roma.

La chiesa, con i suoi orologi (seppure qui se ne faccia menzione al singolare), è il punto focale di un passaggio tratto da La giustizia, romanzo del 1899:

Il famoso orologio di Santa Maria, gloria e vanto di Nuoro, segnava le due: il sole di giugno, caldo abbastanza ma non ardente, e temperato da un gradevole venticello spirava nel piazzale e nelle deserte adiacenze della cattedrale: scintillavano puliti e chiari i gradini e il lastricato di granito; ondeggiavano lentamente alla brezza i verdissimi alberi del giardinetto vescovile, da cui saliva un forte profumo di fiori caldi; e in lontananza, sullo sfondo del luminoso orizzonte, una linea di  fresco paesaggio verde chiudeva la pacifica e soleggiata visione.

Di fianco alla Cattedrale si trova un imponente edificio dalle forme austere, un tempo adibito a tribunale, poi a museo, oggi momentaneamente chiuso al pubblico. È proprio da questo luogo che esce il protagonista del romanzo, Stefano Arca, che sta assistendo al processo contro i presunti assassini di suo fratello Carlo. In un accesso d’ira, sentendosi scrutato dagli occhi di tutti gli spettatori del procedimento giudiziario, Stefano esce dal palazzo per cercare aria, ritrovandosi proprio nella piazza della Cattedrale, descritta dalla voce narrante nel tepore silente d’un pomeriggio di prima estate:

Concitatamente Stefano si mise a passeggiare sul piazzale, socchiudendo gli occhi contro il barbaglio del sole e lo scintillìo del granito; ma a poco a poco, come dissipata dall’olezzante soffio del venticello e dalla suggestione di profonda pace che emanava da quel lembo di piccola città deserta e dal luminoso sfondo dell’orizzonte, la velenosa collera che lo urgeva s’acquetò. Tuttavia egli continuò a passeggiare a lunghi passi, su e giù, tirandosi sulla fronte il cappello di paglia: a un tratto, udendo un leggero canterìo, scese i gradini a sinistra della chiesa, e guardò.

Nella Cattedrale, ancor più monumentale attraverso il filtro di stupore di un ragazzino di otto anni, riceve il sacramento della cresima Anania, il protagonista di Cenere:

Nello stesso tempo Anania, che compiva gli otto anni, venne cresimato: padrino il signor Carboni. Fu un grande avvenimento per il ragazzo e per la città tutta che s’era data convegno nella cattedrale, ove Monsignor Demartis, il bel vescovo imponente, impartiva la cresima a centinaia di fanciulletti. Per le porte spalancate, che ad Anania parevano grandissime, la primavera con la sua viva luce e il suo tepore fragrante penetrava nella chiesa gremita di donne dai costumi di porpora, di signore, di bimbi lieti.

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Nel luglio del 1890 Gavina Sulis finì i suoi studi.

Suo padre, ex-impresario di strade comunali, uomo abbastanza intelligente, le aveva fatto ripetere la quarta classe elementare, perché nella piccola città non v’erano altre scuole femminili.

Quello che avete appena letto è l’incipit di Sino al confine (1910), dal quale si intuisce immediatamente la venatura autobiografica del personaggio di Gavina. Anche Grazia Deledda aveva frequentato per due volte la quarta elementare, dato che la quinta non c’era. La passione per la lettura era già maturata assieme all’ambizione inscalfibile a essere scrittrice; per questo motivo, aveva continuato la sua formazione con insegnanti privati e da autodidatta. Tuttavia, Grazia non si dimenticherà della scuola in cui aveva studiato, ospitata presso il vecchio convento dei Padri Minori Osservanti di via Manzoni, edificato alla fine del XVI secolo, ma destinato, dalla metà del XIX, a cambiare spesso la propria destinazione d’uso: fu utilizzato come aula di tribunale, teatro, sala da ballo (come pure mostra la novella Ballo in costume), palestra, sede della banda musicale e scuola elementare. In quest'ultima veste, ospitò diversi personaggi illustri: studiarono tra le sue mura Sebastiano Satta, Mario Delitala, Francesco Ciusa, Salvatore Satta e Indro Montanelli, che pure aveva vissuto a Nuoro nel periodo in cui il padre era preside del Liceo Asproni). L’edificio si trova dalla parte opposta della città rispetto alla casa della famiglia di Grazia, che faceva a piedi lo stesso percorso di Gavina:

Addio! Forse passeran degli anni prima ch’ella riveda la valle selvaggia, la strada solitaria, la facciata nera e grigia della scuola. La sua casa sorgeva all’altra estremità del paese, quasi sotto la montagna, sull’orlo di un’altra valle, coltivata in parte, questa, verde e grigia di vigne e d’oliveti. Per arrivare a casa, Gavina dunque doveva attraversare tutta la piccola città, il Corso e le viuzze dietro il Corso.

Tale percorso è raccontato anche nella novella Primi passi, mentre nel celebre romanzo Cenere (da cui nel 1914 fu tratto l’unico film in cui possiamo vedere recitare Eleonora Duse) è specificato che le «scuole erano all’altra estremità di Nuoro, in un convento circondato da orti melanconici». Troviamo infine in Cosima una più articolata descrizione della scuola:

Il Convento ha due ingressi, uno per i maschi e l’altro per le femmine: a questo si sale per una breve scaletta esterna, e si entra in un lungo corridoio chiaro e pulito sul quale si aprono le aule: piccole aule che sanno ancora di odore claustrale, con le finestre munite d’inferriata, dalle quali però si vede il verde degli orti e si sente il fruscìo dei pioppi e delle canne della valle sottostante.

La via Majore, oggi Corso Garibaldi, iniziava nel punto chiamato Ponte ’e ferru per terminare nell’attuale piazza San Giovanni, dove le donne dei paesi vicini vendevano erbe e verdure. Se è possibile individuare uno spazio di demarcazione fra il quartiere contadino di Séuna e Santu Predu, il quartiere dei pastori, questo corrisponde proprio alla via Majore. In epoca umbertina, quando gli echi del nuovo Regno d’Italia giungono a Nuoro, la modernità si affaccia nel centro più importante della Barbagia: e lo fa proprio in questa strada. Così appare da un breve passaggio del grande studioso di lingua e cultura sarda Max Leopold Wagner, catturato quasi in presa diretta (1908):

Oggi Nuoro conta più di 7000 abitanti, ha un piccolo presidio militare, un ginnasio, un istituto magistrale ed è sede vescovile e di una viceprefettura. Gli edifici hanno per lo più un aspetto cittadino e il corso, ricoperto di lastre levigate è, a mio parere, nel suo genere, il più bello in Sardegna.

Lo conferma, molto più tardi, un altro celebre scrittore, che coi suoi romanzi ha riportato Nuoro – vecchia e nuova – nella letteratura del XXI secolo. Nel suo In Sardegna non c’è il mare (2008), Marcello Fois scrive:

Procedendo in avanti, lasciandosi Seuna alle spalle, si imbocca corso Garibaldi, che in altri tempi si chiamava Via Majore, strada maggiore. Lì i nuovi signori hanno fatto costruire le loro miniature di case umbertine come argini al fiume di granito grigio che ricopre quel tratto. Il notaio e l’avvocato avevano edificato alla continentale, case intonacate con balconi scenografici come palchi in prima fila nel teatro della modernità incombente. È il cuore trapiantato di questo posto, non senza continui rigetti, ma sempre attivo. È la via del commercio e degli incontri. Un ponte tra l’arcaico dimesso di Seuna e la carne viva, il cuore torbido di San Pietro. (pag.25)

Il notaio di cui Fois parla altri non è che il padre di Salvatore Satta. Ma se vorrete sapere tutto sulla costruzione ‘alla continentale’ della sua casa, dovrete leggere Il giorno del giudizio.

La via Majore era anche la strada che ogni giorno Grazia Deledda percorreva per raggiungere la scuola: cammino obbligato, ma non privo di fascino, se solo ci accordiamo al tono della narrazione in prima persona della novella Primi passi:

Si andava, io e le mie compagne vicine di casa, molto volentieri a scuola: anzitutto, diciamolo pure senza ipocrisia, per la scuola stessa, e poi perché era un diversivo alla monotona e quasi claustrale vita di famiglia. Per arrivare alla scuola, che era in un antico convento di frati, si attraversava tutto il paese, dalle nostre straducole pietrose che sapevano di montagna allo sbocco glorioso della piazza dove le erbivendole sedute per terra esponevano le verdure ancora brillanti di rugiada, e intorno ai cestini di cefali azzurrini del pescivendolo venuto dalla Baronia si affollavano le serve di buona famiglia; poi si scendeva trepidanti per il Corso, ci si fermava ancora una volta ad ammirare i balconi del palazzo di Don Antonio, o davanti a qualche piccola vetrina, o nella cartoleria a comprare un pennino e un quaderno (cinque centesimi in blocco); si dava una sbirciatina altrettanto rapida quanto assorbente ai clienti del Caffè; poi, lasciato il cuore della città, giù nei quartieri popolari prima di arrivare alla scuola, si trovava il modo di comprare le castagne o le ciliegie a seconda della stagione; e finalmente, sul margine della strada ancora campestre del Convento si coglieva un fiorellino e si dava uno sguardo amoroso alla valle che declinava giù lenta, tinta del verde degli orti e delle vigne, del glauco degli olivi e sopratutto del colore del mistero. Il mistero della vita, che si apriva con l’aprirsi dei fiori dei mandorli, con lo spalancarsi del cielo invernale sopra i monti dell’orizzonte.

La voce narrante evidenzia uno stupore disposto a rinnovarsi quotidianamente, tipico dell’età infantile e della prima giovinezza. Uno dei punti che giorno dopo giorno assorbono la curiosità della bambina e delle sue compagne è un locale del Corso, con la sua clientela. Si tratta del celebre Caffè Tettamanzi, luogo nel quale, nelle parole tratte dal capolavoro di Salvatore Satta, «i signori esercitano il diritto di non far niente». Nelle sale di questo bar, al civico 71, è ancora oggi possibile sorseggiare un caffè o un bicchiere di vino. Il nome è quello del primo proprietario, l’ebanista piemontese Antonio Tettamanzi, giunto a Nuoro per lavorare nella fabbrica della cattedrale. Nel 1892 il ferrarese Antonio Nani in visita in città, lo descrive vecchio e debole di mente ma ancora intento a portare in giro «per le tre stanzette del caffè la sua persona allampanata e bonaria». Il Caffè Tettamanzi, prima di innalzarsi a luogo di assoluto protagonismo nel Giorno del giudizio, sarà inquadrato da Deledda anche in Cosima:

Dalla piazza lo stradone provinciale che attraversa il paese, prende il nome di via Maggiore: c’è un palazzo signorile che con le sue logge e i suoi cornicioni forma la meraviglia di Cosima; c’è, più giù, il caffè con le porte vetrate e, dentro, gli specchi e i divani, altra meraviglia di Cosima

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Si tratta di uno dei due rioni antichi della città, quello tradizionalmente abitato dai pastori. Rispetto all’altro, Séuna, gli edifici si sviluppano maggiormente in altezza e hanno due ingressi, uno che dà sulla via e un altro che consente di uscire nell’orto retrostante. Anche la casa dei Deledda, che visiteremo tra poco, era fatta così. In Sino al confine, che sappiamo già essere un romanzo dalle forti tinte autobiografiche, la protagonista Gavina conserva molto dell’autrice Grazia. Studia sino alla quarta elementare, ripetendola due volte; abita in una casa molto simile a quella in cui ha vissuto la scrittrice, caratterizzata dalla tipologia caratteristica di questo rione. La stanza da letto ha due finestre: una s’affaccia verso il borgo, l’altra sull’orto, verso la campagna. Dalla prima Gavina intuisce i fatti degli uomini, verso i quali è attratta da curiosità morbosa; alla seconda si rivolge per punire tale istinto, rifugiandosi nella vita religiosa e nella routine familiare. Emblematico è questo passaggio alla fine del primo capitolo: seccata dal vocìo che giunge dalla via,

 Gavina chiuse la finestra verso strada e andò a quella verso l’orto. Lì almeno tutto era fantastico e puro.

 Il quartiere, oltre ad essere oggetto dei paesaggi letterari di Grazia Deledda in Cosima e di Salvatore Satta in Il giorno del giudizio, è descritto anche da Maria Giacobbe, la cui famiglia abitava qui, in alcuni passi di Diario di una maestrina e Le radici. Così invece Marcello Fois, nel suo In Sardegna non c’è il mare:

Il quartiere di San Pietro (…) inizia proprio dove finisce il corso. E sembra di essere arrivati in capo al mondo. Qui il silenzio è impregnato di una strana, inspiegabile inquietudine, quella dei padri pastori, probabilmente. Le case si fanno alte e sottili, grigie di un grigio argenteo. Per San Pietro il centro pulsante è la Chiesa del Rosario, sede di prevosti acuti e parroci coltissimi. Sede di arte e pastorizia. È l’epica di una Barbagia troppo spesso vittima della sua stessa epica. Il nido di corvi magnificato da Salvatore Satta nel Giorno del giudizio. La rocca dei Corrales, magnifici e briganti. Lo scrigno di tutti i pregi e di tutti i difetti della nuoresità. (…)

È l’antichissima chiesa di San Carlo, è la casa della Deledda, è morbidezza avvolgente della pietra nuda.

Curiosamente, non c’è comunione prospettica nello sguardo dei due grandi narratori di Nuoro. Satta, che era nato nella via Majore, la vedeva così:

San Pietro non ha colori: ha case già alte che danno su vie strette che non son più vicoli, e per vedere il cielo bisogna guardare in su.

Deledda rovescia invece il punto di vista, e le supposte case alte son rimpicciolite nell’immediato confronto con la chiesa principale del quartiere, come si legge in questo passo di Cosima:

La casa più importante è però quella abitata dal canonico (…): un vero fortilizio, con cortili e giardini interni, uno dei quali, quello pensile, pieno di rose, di melograni, e un gelso carico di piccoli frutti violetti. Di là si stende un panorama di case e casupole che formano il quartiere più caratteristico e popolato della piccola città, e il campanile bianco della chiesa del Rosario emerge sopra i tetti bassi e scuri come un faro fra gli scogli.

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Nel cuore del quartiere di San Pietro, sorta nello stesso luogo in cui si trovava un tempo un’altra chiesa (quella dedicata al santo che dà il nome al quartiere), la Chiesa del Rosario fu edificata nel XVII secolo, ma conobbe, tra il XIX e la seconda metà del XX, radicali ristrutturazioni e rimaneggiamenti leggibili nell’aspetto attuale. La chiesa, divenuta parrocchia a partire dal 1943, è una tappa cruciale nelle celebrazioni legate ai festeggiamenti in onore di San Francesco di Lula: il primo di maggio parte da qui il secondo pellegrinaggio verso il Santuario.

Essa è da subito presente nel romanzo di Salvatore Satta, menzionata nella bellissima e tetra sequenza iniziale, nella quale il narratore descrive i funerali della città, che da qui partivano, per percorrere quei «fatali cinquecento metri» che dividono la chiesa dal camposanto.

Passando dal lutto alla festa, nella Chiesa del Rosario, l’11 gennaio 1900, alla presenza dei soli familiari e di poche altre persone, si celebrarono le nozze di Grazia Deledda e Palmiro Madesani, conosciuto circa un anno prima a Cagliari. Per l’occasione Grazia si fece realizzare il vestito che, per lettera, così descriveva al futuro sposo (poi ricostruito dall’ISRE ed ora esposto all’ultimo piano della sua casa natale):

Ho quindi commissionato un elegante abito da viaggio, col quale andrò a sposare, giacché ora usa così, ed un taglio d’abito di seta scura. Inoltre mi sto facendo rimodernare il vestito di seta nera, ed ho comprato un sontuoso vestito di broccato argento e lillà che doveva servire a una sposa che non sposò. Questo vestito è fuori moda, ma lo manderò alla sarta di Cagliari perché me ne faccia due belle toelette (Lettera a Palmiro Madesani del 13 dicembre 1899, citata in Rossana Dedola, Grazia Deledda. I luoghi gli amori le opere, 2016).

Subito dopo il matrimonio Grazia Deledda lasciò Nuoro concretizzando il sogno a lungo accarezzato di trasferirsi a Roma, luogo ideale per concentrarsi ancora meglio sulla sua attività di scrittrice e realizzare il suo desiderio di emancipazione. Prima del matrimonio Grazia si era innamorata altre volte, in certa misura sperimentando quel fuoco romantico che seppe così ben descrivere: però mai felicemente, e sempre nei confini di un rapporto epistolare (un amico letterato di Santus, Antonino, protagonista di molte pagine di Cosima; lo scrittore e giornalista Stanis Manca; il fidanzato segreto, osteggiato dalla famiglia, Andrea Pirodda; il grande letterato Angelo De Gubernatis). Come accade a ogni scrittore di razza, con gli anni matura in lei una straordinaria capacità di osservazione e penetrazione psicologica, unita a un’impeccabile organizzazione del lavoro. Nell’età della maturità accade così che le fonti delle sue trame – e degli amori ivi narrati – siano da ricercare, per quanto riguarda la sfera centrale dell’eros, più nella grande letteratura tragica e melodrammatica che nella realtà di una routine matrimoniale quieta e affettuosa: questo da aggiungere, naturalmente, alla sempre più fervida immaginazione che la scrittrice traduce razionalmente in storie solidissime.

Roma era il luogo ideale per perseguire il successo letterario al quale lei con tenacia, rigore e serietà ambiva da tempo; una volta trasferiti, Madesani abbandonerà il suo lavoro di funzionario per dedicarsi pienamente all’attività di agente letterario della moglie, il cui successo, specialmente dopo Elias Portolu (1900), è in rapidissima ascesa. Questo fatto è per quell’epoca di sorprendente modernità: un uomo che abbandona il suo lavoro – un lavoro serio, pienamente inserito nella società borghese – per dedicare i suoi servizi alla propria moglie artista. Non era facile comprenderlo, se pensiamo che Luigi Pirandello, il quale frequentò casa Deledda a Roma in quei primi anni del secolo, prese spunto dal rapporto tra Deledda e Madesani per scrivere il romanzo Suo marito (1911), dove si narrava di un matrimonio infelice tra una giovane scrittrice e suo marito, un grigio impiegato di scarsa cultura che abbandona il suo lavoro per dedicarsi, con enorme profitto, agli affari della moglie, ai rapporti con gli editori, con il pubblico, con la stampa ecc. Il romanzo fu rifiutato da Treves (che poco tempo prima aveva pubblicato Il fu Mattia Pascal) e pubblicato per un editore minore, non ebbe grande successo né fu ristampato (se si esclude una tarda riscrittura col titolo di Giustino Roncella nato Boggiòlo, mai terminata e uscita postuma). Questo libro non potè essere apprezzato da Grazia Deledda, ed è probabile che il suo rifiuto da parte di Treves sia stata una premura nei confronti della grande scrittrice, nome di primissimo piano legato alla grande casa editrice milanese. Ma questa è un'interessantissima querelle letteraria novecentesca, da approfondire in altre sedi.

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La casa nella quale Grazia Deledda abitò dalla nascita alle nozze era stata dichiarata monumento nazionale nel 1937. Il Comune di Nuoro la acquistò nel 1968 per poi cederla, nel 1979, all’Istituto Superiore Regionale Etnografico, al prezzo simbolico di mille lire. L’Istituto si mette dunque in opera affinché la casa possa diventare un museo. In seguito alle donazioni della famiglia Madesani-Deledda, l’ISRE dà vita alla collezione del museo attraverso un gran numero di manoscritti, fotografie, documenti e oggetti personali.

In questa casa di tre piani, con una corte interna al pianterreno, Grazia Deledda visse fino alla sua partenza per Roma, dopo il matrimonio con Palmiro Madesani. Rimase di proprietà della sua famiglia sino alla sua vendita, risalente al 1913. Questo fatto – pure connesso alla morte della madre – rappresenta una vera e propria cesura nella biografia di Deledda. La Sardegna da questo momento in poi sarà vista sempre più lontana e distante, come si evince da questo brano, tratto da una lettera di quello stesso anno allo scrittore Georges Hérelle, autore di diverse traduzioni in francese delle sue opere:

La vecchia Sardegna se ne va, con gli emigranti: giusto nel viaggio da Roma a qui ho viaggiato con un treno di sardi che andavano a Genova per imbarcarsi verso l’America: avevano lasciato i loro costumi e, quel che è peggio, partivano senza rimpianto e senza nostalgia. Ho sofferto come se la Sardegna che ho conosciuto io mi morisse ai piedi. Rimane il passato, è vero; e questo appunto io voglio adesso ricordare, nel mio prossimo libro, con tutto quanto di bello e di poetico vibra nella mia memoria: mi parrà di scrivere la storia stessa della mia fanciullezza, delle cose che ho perduto io e che non ritroverò mai più fuori di me, ma che rimangono dentro di me, nel mio mondo interiore.

La casa è dunque l’epicentro di ciò che la terra d’origine diviene nella parte più matura della produzione deleddiana, da quando cioè lei la lascia per emigrare a Roma. La Sardegna sarà descritta con tratti varî: troviamo l’occhio verista di chi sa maneggiare la pittura sociale; quello etnografico, che va dall’oggettività della descrizione di usi e costumi a toni più espressivi, maggiormente accordati sui tratti barbarici di mistero, di arcaicità, di infiniti silenzi. Su tutto, però, si sente aleggiare un tono elegiaco, di nostalgia per un’isola intimamente propria, ma sempre più lontana. Cosima è, per questo e per altri aspetti, il capolavoro definitivo della grande autrice. Proprio qui, nelle primissime pagine, troviamo la celebre descrizione della casa in cui è nata:

La casa era semplice, ma comoda: due camere per piano, grandi, un po’ basse, coi pianciti e i soffitti di legno; imbiancate con la calce; l’ingresso diviso in mezzo da una parete: a destra la scala, la prima rampata di scalini di granito, il resto di ardesia; a sinistra alcuni gradini che scendevano nella cantina. Il portoncino solido, fermato con un grosso gancio di ferro, aveva un battente che picchiava come un martello, e un catenaccio e una serratura con la chiave grande come quella di un castello. La stanza a sinistra dell’ingresso era adibita a molti usi, con un letto alto e duro, uno scrittoio, un armadio ampio, di noce, sedie quasi rustiche, impagliate, verniciate allegramente di azzurro: quella a destra era la sala da pranzo, con un tavolo di castagno, sedie come le altre, un camino col pavimento battuto. Null’altro. Un uscio solido pur esso e fermato da ganci e catenacci, metteva nella cucina. E la cucina era, come in tutte le case ancora patriarcali, l’ambiente più abitato, più tiepido di vita e d’intimità. C’era il camino, ma anche un focolare centrale, segnato da quattro liste di pietra: e sopra, ad altezza d’uomo, attaccato con quattro corde di pelo, alle grosse travi del soffitto di canne annerite dal fumo, un graticcio di un metro quadrato circa, sul quale stavano quasi sempre, esposte al fumo che le induriva, piccole forme di cacio pecorino, delle quali l’odore si spandeva tutto intorno. E attaccata a sua volta a uno spigolo del graticcio, pendeva una lucerna primitiva, di ferro nero, a quattro becchi; una specie di padellina quadrata, nel cui olio allo scoperto nuotava il lucignolo che si affacciava a uno dei becchi. Del resto tutto era semplice e antico nella cucina abbastanza grande, alta, bene illuminata da una finestra che dava sull’orto e da uno sportello mobile dell’uscio sul cortile. Nell’angolo vicino alla finestra sorgeva il forno monumentale, col tubo in muratura e tre fornelli sull’orlo: in un braciere accanto a questi si conservava, giorno e notte accesa e coperta di cenere, un po’ di brace, e sotto l’acquaio di pietra, presso la finestra, non mancava mai, in una piccola conca di sughero, un po’ di carbone; ma per lo più le vivande si cucinavano con la fiamma del camino o del focolare, su grossi treppiedi di ferro che potevano servire da sedili. Tutto era grande e solido, nelle masserizie della cucina; la padella di rame accuratamente stagnate, le sedie basse intorno al camino, le panche, la scansia per le stoviglie, il mortaio di marmo per pestare il sale, la tavola e la mensola sulla quale, oltre alle pentole, stava un recipiente di legno sempre pieno di formaggio grattato, e un canestro di asfodelo col pane d’orzo e il companatico per i servi.

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Insolita era anche l’abitazione davanti alla quale ella si fermò, nella biforcazione dove la strada proseguiva, da una parte inerpicandosi sulla china del monte, e dall’altra scendendo nella valle a sinistra. Era una chiesetta, con la facciata che appunto guardava verso questa valle; circondata davanti e a un lato da uno spiazzo rinforzato da un muricciuolo assiepato che chiudeva una specie di orto, con alberi da frutta; un cancelletto di legno vi si apriva, e un piccolo sentiero conduceva alla parte orientale della chiesetta, adibita ad abitazione.

Solo due finestruole munite d’inferriata si aprivano sul muro della vecchia costruzione, dove la strada svoltava sotto lo spiazzo: il tetto di tegole nere, incrostate di musco e di erbe parassite, copriva egualmente la chiesetta e l’abitazione; e due segni, due simboli, vi si guardavano, da uno spigolo all’altro, sopra le due valli del promontorio: si guardavano come fratelli che, pure lontani, separati da tutto un mondo, si ricordano con tenerezza, e son pur figli della stessa madre: quello in cima alla facciata, sopra un piccolo arco dal quale pendeva la campana, era una croce; l’altro, dalla parte dell’orto, e quasi sopra la porticina dell’abitazione, era un comignolo: e ne usciva una bandiera di fumo, che rallegrò il cuore di Concezione.

(Grazia Deledda, La chiesa della solitudine).

L’attuale Chiesa della Madonna della Solitudine fu edificata tra il 1950 e il 1957 su progetto di Giovanni Ciusa Romagna, nel luogo in cui sorgeva il santuario campestre secentesco descritto da Grazia Deledda nel romanzo La chiesa della solitudine, l’ultimo da lei portato a compimento (considerando che Cosima esce postumo e incompiuto). La chiesa è intimamente legata alla figura della scrittrice: l’opera di restauro (di fatto, di ricostruzione) fu infatti commissionata in seguito alla proposta di riportare nella città natale la sua salma e di tumularla proprio della vecchia chiesa campestre. Fu bandita una gara e il progetto di rifacimento presentato da Giovanni Ciusa Romagna fu considerato il migliore; il progetto per la realizzazione del piazzale antistante, in seguito fortemente rimaneggiato, venne invece affidato ad Antoni Simon Mossa.

Il nuovo santuario riprende la semplicità dell’impianto originale («Nulla lo adornava; il tetto era di assi come quello di una capanna; un sedile in muratura, lungo le pareti, faceva le funzioni di panca»), del quale mantiene anche alcuni elementi descritti da Grazia Deledda nel romanzo, come ad esempio il collegamento con la casa del custode.

Ella andò nella chiesetta, passando per la piccola sagrestia che comunicava anch’essa con la cucina. Una finestruola alta s’apriva nella stanzetta, a nord: si vedeva il monte, come in un quadretto melanconico, senza sfondo di cielo, e la luce cruda delle rocce nude dava un senso profondo di solitudine glaciale. Anche la chiesetta, alla quale si entrava per mezzo di un usciuolo comunicante con la piccola sagrestia, sembrava scavata sotterra, tanto era fredda e umida; il barlume della lampadina accanto all’altare, e quello della lunetta polverosa sopra la porta, ne accrescevano la tristezza, ma, aperta la finestra, un chiarore cilestrino che veniva dall’orizzonte schiarito sopra le lontananze della valle, fece apparire meno gelido e desolato il povero santuario.

Alla sobrietà delle forme architettoniche, fanno da contraltare i ricchi e originali arredi sacri realizzati nella seconda metà degli anni Cinquanta da Eugenio Tavolara (portone d’ingresso, decorazione laterale con le quattrodici stazioni della Via Crucis, sportello del tabernacolo, Crocifisso e campana) e Gavino Tilocca (rilievo marmoreo absidale della Madonna con Bambino).

Il 20 giugno 1959 venne qui traslata la salma della scrittrice. Dopo la sua morte (avvenuta il 15 agosto 1936, per quello stesso male occorso in sorte alla protagonista della Chiesa della solitudine), Grazia Deledda era stata sepolta a Roma, nel cimitero monumentale del Verano, in una tomba che lei stessa aveva voluto richiamasse un nuraghe. Il nipote Alessandro Madesani afferma che la nonna non espresse mai il desiderio di essere seppellita in Sardegna. L’intenzione di riportarne il corpo nella città natale fu promossa dalla Regione Autonoma della Sardegna e da un comitato di intellettuali sardi e fu, come già detto, all’origine del rifacimento della secentesca chiesa campestre nelle forme sobrie progettate da Ciusa Romagna. Una piccola vendetta per questo trasferimento coatto forse Grazia Deledda se la concesse: le autorità cittadine che in pompa magna organizzarono la nuova inumazione, si accorsero all’ultimo momento che la bara giunta da Roma era troppo grande per entrare nel sarcofago fatto realizzare appositamente.

Per non deludere la folla accorsa per l’occasione fu quindi organizzata una finta sepoltura, mentre l’incresciosa situazione fu poi risolta con un escamotage: fu scavato un tunnel che dall’esterno della chiesa portava fin sotto il sarcofago e qui, all’esterno della chiesa, venne collocata la vera bara della scrittrice.

Solo in tempi relativamente recenti, la salma ha potuto essere sistemata nel luogo previsto: nel 2007 il corpo fu infatti nuovamente riesumato e, al termine dei lavori di restauro della chiesa, ha finalmente trovato posto al suo interno, dentro il sarcofago progettato da Giovanni Ciusa Romagna.

All’esterno della chiesa, a breve distanza dal piazzale, Maria Lai ha realizzato Andando Via. Omaggio a Grazia Deledda (2013). L’intervento, rimasto incompiuto per la morte dell’artista, è la sua ultima opera di arte pubblica.

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Tappe fuori percorso

Séuna è lo storico quartiere dei contadini. Un tempo era caratterizzato dalla disordinata presenza di casette basse con una corte interna. È il quartiere descritto da Salvatore Satta in Il giorno del giudizio (sui muri delle sue vie sono ancora leggibili le targhe che riportano brani del romanzo) e da Grazia Deledda in Cenere. Al centro del quartiere c’è la vecchia Chiesa di Nostra Signora delle Grazie, un edificio dalla foggia semplice e rustica, non così lontano dall’aspetto delle casupole del quartiere:

 Nuoro, insomma, sarebbe nata da Séuna: ed io sono disposto a crederci perché a Séuna c’è la più vecchia chiesa di Nuoro, le Grazie, che non è poi che una di quelle stesse casette, sormontata da un frontone, con una campanella nel comignolo. Lo stesso prete che la officia è un contadino, e vive delle quattro rape che coltiva nell’orto, e di qualche elemosina (figuriamoci!), poiché non ha cura d’anime (S. Satta, Il giorno del giudizio).

Anche Fois dedica al quartiere alcune righe significative:

Ora che Nuoro è diventata una città, qualcosa rimane a Seuna di quel silenzio, di quella discrezione operosa, di quella peculiare visione del mondo. Nelle case aperte intorno al cortile sempre lindo, nelle piantagioni di basilico e prezzemolo dell’orticello interno, nell’ombra scura che frantuma la luce impietosa. È la luce di Cenere della Deledda, la luce maestosa che bacia i poveri di questa terra. Ancora qualche Tatana si aggira per quelle strade con la compostezza di una divinità intoccabile.

A Séuna ha inizio il percorso di formazione di Anania, il protagonista di Cenere. La madre, Olì, ce lo aveva condotto, abbandonandolo nella casa del padre, che, già sposato, sette anni prima l’aveva lasciata da sola, con il figlio in procinto di essere messo al mondo. In seguito a questo fatto, Olì farà perdere le proprie tracce, mentre Anania crescerà, studierà e andrà incontro al proprio riscatto sociale, grazie anche all’aiuto di un benefattore (della cui figlia, Margherita, si innamorerà). E però, egli sarà sempre ossessionato dal pensiero della madre lontana, dal desiderio di redimere anche lei.

L’arrivo da Fonni, dove aveva vissuto per i suoi primi sette anni, ci restituisce l’impatto con il luogo nel quale il piccolo si appresta a vivere. Un impatto tutt’altro che monumentale:

A Nuoro egli provò una forte delusione. Era questa la città? Sì, le case erano più grandi di quelle di Fonni, ma non tanto come egli s’era immaginato: le montagne poi, cupe sul cielo violaceo del freddo tramonto, erano addirittura piccole, quasi da far ridere. Inoltre i bambini che s’incontravano per le strade, — le quali, a dire il vero, gli parevano molto larghe, — lo impressionavano stranamente perché vestivano e parlavano in modo diverso dai bambini fonnesi.

Col tempo, sarà invece a Séuna, proprio con quel suo carattere rustico e paesano, a far sentire in certa misura a casa il giovane Anania, ma a stimolarne allo stesso tempo quel desiderio di riscatto sociale che vedrà parzialmente realizzato negli anni successivi. Leggiamo questo lungo passo, che chiude il IV capitolo della prima parte e racconta efficacemente come si svolgeva la vita nel poverissimo quartiere contadino:

Una primavera ardente ingialliva già le campagne; le vespe e le api ronzavano intorno alla casetta di zia Tatàna; il grande sambuco del cortiletto coprivasi di un meraviglioso merletto di fiori giallognoli.

Nel cortile d’Anania conveniva quasi tutti i giorni la compagnia che già usava riunirsi nel molino: zio Pera col randello, Efes e Nanna costantemente ubriachi, il bel calzolaio Carchide, Bustianeddu ed il padre, nonchè altre persone del vicinato. Inoltre Maestro Pane aveva messo su bottega in un bugigattolo in faccia al cortiletto; tutto il santo giorno era un viavai di gente che rideva, gridava, s’insultava, diceva male parole.

Il piccolo Anania passava le sue giornate fra questa gente meschina e violenta, dalla quale apprendeva atti e parole sconce, abituandosi allo spettacolo dell’ubriachezza e della miseria incosciente.

A fianco della bottega di Maestro Pane, in un altro bugigattolo nero di fuliggine e di ragnatele, marciva una misera ragazzetta inferma, del cui padre, partito per lavorare in una miniera africana, non s’era saputo più nulla: l’infelice creatura, soprannominata Rebecca, viveva sola, abbandonata, piagata, su una stuoia lurida, fra nugoli d’insetti e di mosche.

Più in là abitava una vedova con cinque bambini che mendicavano; lo stesso Maestro Pane chiedeva spesso l’elemosina. Con tutto ciò la gente era allegra: i cinque bimbi mendicanti ridevano sempre, Maestro Pane parlava con sè stesso ad alta voce, raccontandosi storielle amene e ricordandosi fatti allegri della sua gioventù.

Solo nei meriggi luminosissimi, quando il vicinato taceva e le vespe ronzavano tra i fiori del sambuco, conciliando il sonno al piccolo Anania coricato supino sul limitare della porta, vibrava nel silenzio caldo il lamento acuto di Rebecca, che saliva, si spandeva, si spezzava, ricominciava, slanciavasi in alto, sprofondavasi sotterra, e per così dire pareva trafiggesse il silenzio con un getto di freccie sibilanti. In quel lamento era tutto il dolore, il male, la miseria, l’abbandono, lo spasimo non ascoltato del luogo e delle persone; era la voce stessa delle cose, il lamento delle pietre che cadevano ad una ad una dai muri neri delle casette preistoriche, dei tetti che si sfasciavano, delle scalette esterne e dei poggiuoli di legno tarlato che minacciavano rovina, delle euforbie che crescevano nelle straducole rocciose, delle gramigne che coprivano i muri, della gente che non mangiava, delle donne che non avevano vesti, degli uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne ed i fanciulli e le bestie perchè non potevano percuotere il destino, delle malattie non curate, della miseria accettata inconscientemente come la vita stessa. Ma chi ci badava?

Lo stesso piccolo Anania, coricato supino sul limitare della porta, scacciava le mosche e le vespe agitando un fiore di sambuco, e pensava istintivamente:

— Uh! Perché grida sempre quella lì? Cosa la fa gridare? Non ci devono essere gli ammalati nel mondo?

Egli s’era fatto tondo tondo, ingrassato dai cibi abbondanti, dal dolce far niente e sopratutto dal sonno.

Dormiva sempre. Ed anche nei meriggi silenziosi, nonostante il grido continuo di Rebecca, egli finiva con raddormentarsi, col fior di sambuco nella manina rossa, e il naso coperto di mosche. E sognava di trovarsi ancora lassù, nella casa della vedova, nella cucina vigilata dal gabbano nero che pareva un fantasma appiccato: ma sua madre non c’era più, era fuggita, lontano, in una terra ignota. Ed un frate veniva dal convento, ed insegnava a leggere e scrivere al piccolo abbandonato, che voleva studiare per mettersi in viaggio alla ricerca di sua madre. Il frate parlava, ma Anania non riusciva a sentirlo, perchè dal gabbano usciva un lamento acuto e straziante che assordava. Dio mio, che paura! Era la voce dello spirito del bandito morto. Ed oltre alla paura, Anania provava un gran fastidio al naso ed agli occhi. Erano le mosche.

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È ben noto l’interesse di Grazia Deledda per i costumi e le tradizioni popolari, che in età giovanile aveva approfondito in una serie di articoli pubblicati nella Rivista delle tradizioni popolari italiane diretta da Angelo De Gubernatis, leggibili nel volume Tradizioni popolari di Nuoro (edito da Ilisso). Proprio nell’introduzione di questo libro, l’antropologo – e a sua volta importante scrittore – Giulio Angioni ha notato come Deledda dia però il suo meglio da questo punto di vista nella narrativa. Basti leggere l’incipit di Cenere:

Cadeva la notte di San Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull'orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliege. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri, coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti.

Nella serie delle Tradizioni popolari di Nuoro, Deledda ha raccolto un catalogo ricchissimo delle tradizioni della sua città. Si va dalle preghiere alle imprecazioni, dalle locuzioni popolari ai soprannomi, dalle filastrocche ai passatempi infantili. Diverse pagine sono poi dedicate agli ‘usi e costumi’, laddove si dà spazio alle ritualità di corteggiamento tra i giovani, a nozze e battesimi, agli spauracchi dei bimbi, alle funzioni funebri, ecc. Giusta parte è naturalmente dedicata al cibo e alle vesti, festive o quotidiane.

Sarà interessante allora dedicare una parte dell’itinerario deleddiano alla visita del Museo del Costume, che si trova nella via Mereu, sul colle di Sant’Onofrio, in un complesso di edifici costruiti tra il 1950 e il 1960 su progetto di Antonio Simon Mossa. Aperto dal 1976 con il nome di Museo della Vita e delle tradizioni popolari sarde, si tratta del principale Museo Etnografico della Sardegna. In anni recenti il museo ha conosciuto lavori di ampliamento e riqualificazione strutturale ed espositiva, ed è stato riaperto con l’allestimento attuale nel 2015, dopo una profonda revisione tematica. Tale revisione è stata intesa secondo gli attuali orientamenti della museologia e della museografia demo-antropologiche, e potrà perciò essere interessante visitare le sale del Museo del Costume per operare un confronto con le pagine che Grazia Deledda ha dedicato a questi stessi temi.   

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